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“Il bicchiere della staffa” e la verità universale

“Riflessione in Pausa” – Egidio Chiarella - Qualche giorno addietro rimasi molto colpito nel leggere, tra le righe di una nota teologica di un certo spessore letterario e spirituale, un chiaro riferimento sostanziale al “bicchiere della staffa”. Un’attinenza molto forte che la citazione “profana”, pur se inserita in un discorso qualificato sulla identità universale del Figlio dell’uomo, aveva saputo ben trasferire a mio avviso sia sul lettore avveduto in materia, così come su quello di circostanza. Che cosa è il bicchiere della staffa se non l’ultimo bicchiere che si beve con gli amici in procinto di lasciare la tavola e la compagnia! Perché staffa?

La citazione ci riporta all’ottocento quando i signorotti del tempo recatisi in una locanda del posto chiudevano la cena bevendo l’ultimo bicchiere, già pronti ad infilare un piede nella staffa che gli permetteva di montare all’istante sul loro cavallo. Ritornando al nesso tra Cristo e bicchiere della staffa, riporto in proposito le parole del teologo della Chiesa: “Gesù non è un di più. Gesù non è il “bicchiere della staffa”, dopo un lauto pranzo. Gesù è il “pranzo della vita eterna” per ogni uomo. Se è invece solo il “bicchiere della staffa”, allora se ne può fare anche a meno. È un di più inutile”. Questo vale ogni giorno per noi, per la Chiesa e quindi per i presbiteri e i laici fedeli.

Non esistono graduatorie nell’appartenenza al Signore e alla sua verità; non possono essere condivisi testimonianze e relazioni che sfumano l’universalità della sua missione; non funzionano gli atteggiamenti esterni ben curati per la ritualità nella vita ecclesiale, se poi mancano di uno stile di vita chiaro e aperto in continuità con la novità che Cristo ripropone nella storia al momento debito. il bicchiere della staffa foto 2Chi è con Cristo non sta mai dietro i progressi scientifici dell’uomo, ma è in realtà collocato molto avanti sul sentiero della buona quotidianità produttiva, sociale, pubblica e privata. Il problema vero è che spesso questa capacità planetaria individuale venga filtrata a secondo del proprio modo di essere religioso, politico, economico, occupato, disoccupato, casalinga, professionista, ecc.

In molte occasioni è facile di riflesso perdere per strada il proprio centro comportamentale cristiano a cui dovrebbe tendere ogni individuo, adattandolo al contrario a qualsiasi realtà che porti vantaggi immediati. Si cerca perciò di salvaguardare l’apparenza anche se in ogni campo, pur di raggiungere un obiettivo personale, si praticano luoghi e si manipolano principi a parole mai ammessi o tollerati. Il “bicchiere della staffa” allontana l’universalità del pensiero cristiano che in troppe occasioni perde di vista la sua globalità assoluta. Urge, lo dico con umiltà e pieno rispetto del prossimo in ogni sua funzione, un ritorno trasparente alle origini della missione cristiana.

Una connessione non alternata che sia priva dalla tentazione di cadere in vuoti tradizionalismi o in nostalgie di luoghi e gruppi diversi che facciano fatica ad entrare nel senso alto della condivisione e della comunione. Un contatto stabile quindi per servire la storia, facendola lievitare attraverso il mistero della sacra cena, della croce e della resurrezione di Gesù Cristo. Il valore della Parola non è negoziabile scrive chiaro ancora il teologo: “Se dico che il Vangelo non è più verità di salvezza, questa mi affermazione vale anche per me. Inutile predicare il Vangelo. Inutile insegnarlo. Siamo tutti salvati. La verità non è mai verità parziale, è sempre verità universale.

Cristo è verità universale, non parziale. Cristo Gesù non è il Salvatore dei cristiani. È il Salvatore di ogni uomo. Se non è il Salvatore di ogni uomo, perché ogni uomo ha vie proprie di salvezza, anch’io posso farmi la mia via”. Se ci guardiamo intorno notiamo come chiunque ormai si stia attrezzando ad avere il proprio spazio religioso, da curare e relativizzare in base alle emergenze o alle convinzioni acquisite a titolo personale. Il danno all’umanità è senza precedenti e riguarda non solo gli altri ma soprattutto sé stessi, in quanto imbonitori sacri di un Cristo a mezzadria con altre verità predicate.

Quale autorità possiede il cristiano che dal suo podio laico o religioso non sappia dare la giusta collocazione di Cristo sul sentiero della salvezza e della redenzione dell’umanità? Come farà a convertire l’altro? Come potrà partecipare al cambiamento sociale, politico ed economico che tutti a parole rincorriamo da cinquant’anni? “L’ultimo bicchiere” non sarà mai un gesto universale, proprio per la sua funzione ristretta legata ad uno specifico momento di congedo conviviale. Cristo è il tutto! In Lui tutto si compie e si rigenera. A l’uomo nella sua piena libertà tocca la scelta di un gesto limitato che lo illuda o la consapevolezza assoluta di una apertura all’identità universale di Cristo che lo liberi davvero.

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